sabato 14 dicembre 2013

CERNOBYL CAMPANIA, NON SOLO TERRA DEI FUOCHI: AD AVELLINO SI MUORE PER AMIANTO

A CAUSA DELL’Isochimica, un’azienda dismessa DAL 1990. Nel suo cortile sono depositati 500 enormi cubi di amianto-cemento friabile e deteriorato, e sotto terra ci sono 2276 tonnellate di amianto

La Campania sta passando ai disonori delle cronache per la famigerata Terra dei fuochi situata tra Napoli e Caserta. Ma anche gli altri Comuni non se la passano bene. Ad Avellino, nel quartiere di Borgo Ferrovia, proprio nel centro, si trova un’azienda ormai dismessa che è una vera bomba ecologica per l’amianto in essa ancora depositato.

UNA BOMBA ECOLOGICA – Nel cortile di Isochimica sono depositati 500 enormi cubi di amianto-cemento friabile e deteriorato e sotto terra ci sono 2276 tonnellate di amianto. Nell’aria, i periti hanno trovato «fibre libere e respirabili». Il pericolo gravissimo per la vita della gente che vive ad Avellino nei dintorni dello stabilimento non viene chiarito solo dagli esami tecnici commissionati dalla procura di Avellino: lo scorso 31 ottobre l’Arpac ha prescritto la necessità di «effettuare la pulizia delle aree esterne interessate ancora da amianto disciolto» e alcuni mesi prima, a luglio, l’Asl ha segnalato al sindaco e al Comune di Avellino che «i teli che ricoprivano i cubi di cemento-amianto risultano distrutti dalle intemperie e che i cubi sono totalmente esposti all’azione degli agenti atmosferici».
In questi anni già nove operai sono morti, 140 combattono contro tumori e tanta gente che vive nei dintorni dello stabilimento si sta ammalando. Gli esami sono stati depositati nell’ambito del procedimento giudiziario a carico di 24 persone tra cui il management dell’azienda, amministratori di comune, Arpac e Asl e la giunta comunale del 2005.
«Ce ne rendiamo conto giorno per giorno, perché la malattia ha un periodo di incubazione di 25 – 30 anni - spiega il biologo Carlo Caramelli – il tipo di amianto presente nell’area è quello tra i più pericolosi, la crocidolite».
«E’ ovunque: nel terreno, nell’acqua, sui mobili e noi lo respiriamo. Mio marito è morto così e ora anche io mi sono ammalata al polmone» Commozione e rabbia: Rosetta Capobianco ha perso suo marito per un pavimento di granito, quello della stazione. «Lì c’è la vita di mio marito, lui lucidava i pavimenti e si è ammalato perché nella stazione arrivavano le carrozze da scoibentare».

LA STORIA DELL’AZIENDA - Questa storia comincia infatti nel 1990 quando chiude l’azienda a cui era stata affidata la scoibentazione di 2500 carrozze delle Ferrovie dello Stato. L’amianto veniva sotterrato in profondità dagli operai che lavoravano senza protezioni, a volte a mani nude e che oggi si stanno ammalando. «Siamo stati assunti tutti giovanissimi – spiega Carlo Sessa, ex operaio dell’Isochimica – lavoravamo in condizioni disumane: l’amianto veniva estratto senza nemmeno bagnarlo e l’unica precauzione era un fazzoletto davanti alla bocca. Evidentemente hanno deciso che la nostra vita valeva poco e anche quella delle nuove generazioni visto che il veleno è ancora qui. Abbiamo deciso di ribellarci e siamo stati anche minacciati con telefonate anonime perché stiamo toccando interessi grossi: in ballo c’era la vendita di questa enorme area e poi anche la bonifica che richiede investimenti enormi».
Come è stato possibile tutto questo? «Il titolare di Isochimica era Elio Graziano, un personaggio potentissimo, proprietario anche della squadra di calcio di Avellino», spiega Sessa. Graziano, finito tra gli indagati, fu anche coinvolto nello scandalo che precedette tangentopoli, quello delle “lenzuola d’oro”. «Quando c’era di mezzo lui, tutti si giravano dall’altra parte, tutto veniva insabbiato», dicono quasi in coro un gruppo di ex operai. Lo stabilimento è talmente disastrato che sembra una struttura di archeologia industriale. Violiamo i sigilli ed entriamo a vedere passando tra le sbarre del recinto. Ci sono rovi ovunque e sotto le spine distese di lana-vetro. I cubi di cemento amianto sono ovunque e sono così tanti che è difficile contarli. I teloni di protezione sono ridotti a brandelli. Il silos che gli operai dicono sia pieno di amianto è completamente è marcio, arrugginito e deteriorato. I capannoni sono aperti e con le coperture semidistrutte. Casse, vetri rotti, bidoni, erbaccia e spine. Con il calar del sole in controluce si vedono nell’aria degli strani riflessi azzurrini. «E’ il veleno, è l’amianto - dice Rosetta – si è posato anche sulle persiane e dentro alle fessure. E’ in tutte le nostre case».

NON SI E’ FATTA ANCORA CHIAREZZA - La verità va cercata a partire da una mancata bonifica, una farsa raccontata dai magistrati nella richiesta di sequestro durata più di vent’anni. Le relazioni sono un balletto di numeri che di fatto non arrivano a determinare e quantificare nemmeno i cubi di amianto stoccati nel perimetro dell’azienda.
Ma non è tutto: per evitare i costi dell’operazione, secondo i pm, la bonifica è stata sospesa con una delibera affidandola alla curatela fallimentare dell’Isochimica. Una decisione che non teneva conto delle modalità, i tempi e le risorse necessarie per effettuare la bonifica. Insomma uno scaricabarile piegato alle sole logiche del denaro e giocato sulle teste e sulle vite di una intera popolazione della cui salute non sembrava interessare a nessuno.

I CITTADINI SI MOBILITANO, FORSE CON RITARDO - A dieci metri dall’Isochimica c’è un campo di calcio dove i ragazzini si allenano. «Siamo tutti a rischio – spiegano alcune mamme che si sono riunite in un comitato il Cocibis - qui ci sono anche tutte le scuole, la materna, l’elementare e la media. I nostri bambini hanno diritto ad avere l’aria pulita e non a vivere e giocare con il mostro alle spalle. Le istituzioni devono farsi carico subito di una bonifica, altrimenti tra altri venti anni scopriremo tutti di essere ammalati».
La gente di Avellino non è stata sempre così determinata. Tutto è nato con la partecipazione del procuratore Cantelmo ad un convegno sui rifiuti: «Ma come? Qui vivete accanto ad una bomba e non dite niente?» disse, rivolgendosi ad alcuni cittadini.
Da allora don luigi Di Biasi ha radunato un po’ di gente, ha messo a disposizione una sala della parrocchia di San Francesco e ha avviato il confronto: «Non vogliamo protestare e basta, vogliamo indurre chi deve operare a risolvere il problema dell’Isochimica. Vogliamo il risanamento dell’area (per cui il presidente della regione Campania ha annunciato un finanziamento ndr). Vogliamo la verità».

Purtroppo non è di moda parlarne come La Terra dei fuochi. Spero però per chi lì ci abita che lo diventi presto...

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