mercoledì 19 novembre 2014

CONGO, 130 ADOZIONI ANCORA BLOCCATE: LA TRECCINA DELLA BOSCHI E’ SERVITA A POCO

L’INTERVENTO DEL GOVERNO ITALIANO CONSENTI’ LO SBLOCCO DI 31 ADOZIONI LO SCORSO MAGGIO. ADESSO IL GOVERNO CONGOLESE SEMBRA MOLTO MENO DISPOSTO

Quel 28 maggio 2014 ha assunto per il Governo Renzi lo stesso potere mediatico del primo (presunto) sbarco americano sulla Luna: si vide la bella Ministra delle Riforme Maria Elena Boschi scendere da un aereo assieme a 31 bambini congolesi, adottati da 24 famiglie italiane. Fu per queste ultime la fine di un incubo, iniziato nel settembre 2013 quando, l’ennesima instabilità politica nella Repubblica democratica del Congo, aveva portato al blocco di tutte le adozioni internazionali. In realtà, quella dei congolesi è anche una ripicca verso gli Occidentali dopo il caso di un canadese che aveva adottato un bimbo senza però dire di avere un compagno gay. Renzi ovviamente non perse tempo a vendere quel successo come riprova del suo attivismo e della sua praticità nel risolvere le controversie. Memorabile fu anche la treccina che una bimba fece alla Boschi sull’aereo durante il viaggio. Tenerezza, sorrisi, politica del fare. Tutto bene quello che finisce bene. Insomma. Ci sono appena altre 130 adozioni da sbloccare. E a quanto pare questa volta la telefonata di Renzi a Kabila non è servita a niente.

IL CASO - Da allora, altre 130 coppie di genitori (si tratta di una stima, ma la Commissione adozioni internazionali si rifiuta di offrire un dato ufficiale) – la cui adozione è stata convalidata anche dalle autorità del Paese africano – aspettano invano che la situazione si sblocchi. Non solo: devono convivere con il silenzio delle istituzioni, le promesse mancate dei politici e la ferma raccomandazione a non parlare con nessuno, men che meno con la stampa.
Giulia (il nome è di fantasia perché tutti i genitori sentiti hanno chiesto di rimanere anonimi) nel gennaio 2013 ha adottato un bambino di 6 anni. Il mese prossimo ne compirà 8: ha già il cognome dei genitori italiani, ma loro non l’hanno mai incontrato. Giulia e il marito sarebbero dovuti partire alla volta del Congo per portarlo in Italia il 2 ottobre 2013, pochi giorni dopo la partenza di quelle famiglie che poi riusciranno a risolvere la loro situazione a maggio. Anche lei aveva una sentenza definitiva di adozione emessa da un tribunale di Kinshasa, anche lei aveva già acquistato i biglietti aerei e preparato le valigie. Ma quei pochi giorni di distanza nei biglietti hanno fatto la differenza.
Dal 28 maggio, Giulia ha ricevuto solo due email da parte del Comitato adozioni internazionali, l’ente – sotto la responsabilità della Presidenza del Consiglio – che sta provando a districare la situazione con le autorità congolesi. Entrambe si concludono con lo stesso monito: “Le famiglie” agiscano “con prudenza e discrezione”. “Qualsiasi iniziativa personale rischia di pregiudicare il lavoro svolto e in corso”. Tradotto: non parlate con la stampa. Le onlus coinvolte nella vicenda Congo a marzo hanno scritto a Cai (la Commissione per le adozioni internazionali, ndr) chiedendo come rapportarsi con le famiglie in attesa. La Commissione non ha mai risposto. Solo a luglio, durante l’assemblea plenaria degli oltre 40 enti autorizzati alle adozioni (quindi anche quelli che con il Congo non c’entrano nulla), si è fatto un accenno alla questione durante la relazione introduttiva. “Abbiamo avuto incontri bilaterali con alcune famiglie e associazioni”, spiega Silvia della Monica, presidente Cai (per delega di Matteo Renzi).
Alcune, non tutte. Per questo i malumori per la mancanza di comunicazione sono diffusi. L’esempio più lampante è quello dello scorso 26 settembre, quando il Congo ha deciso – anche a causa dell’ennesimo caso di traffico di bambini perpetrato da una famiglia nordamericana – di prorogare sine die il blocco delle adozioni. I genitori hanno appreso la notizia da Internet, grazie agli articoli della stampa africana. Il comunicato di Cai è arrivato solo nel pomeriggio: “Appena ricevuta la comunicazione ufficiale, l’abbiamo girata alle famiglie”, risponde la presidente. In questi mesi varie famiglie hanno cercato un contatto diretto anche con il ministero degli Esteri. Una strategia risultata poco gradita alla Commissione Cai che, a quanto riferiscono enti e genitori, si è “sentita scavalcata”. Come conferma anche il presidente Della Monica: “Siamo l’unica autorità competente, i contatti con le famiglie spettano a noi. Io non mi occupo dei marò”.

Un altro fuoco d’artificio sparato da Renzi che, una volta spentosi, ha lasciato solo fumo.


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