giovedì 8 maggio 2014

LA BORSA BOCCIA I SOGNI DI GLORIA DI MARCHIONNE PER ALFA E CHRYSLER

IL GIORNO DOPO LA PRESENTAZIONE DEL PIANO FINO AL 2018, IL TITOLO FIAT E’ CROLLATO DI OLTRE L’11%. SCETTICISMO ANCHE DI LANDINI

Aveva chiuso con una citazione di Tolstoj sui sogni la sua presentazione del piano quadriennale per il rilancio dell’Alfa Romeo e per il marchio americano Chrysler. Ma le Borse non gli hanno creduto minimamente, sarà anche per i bilanci poco incoraggianti dell’azienda. E così Sergio Marchionne incassa subito una bocciatura, a cui vanno aggiunte quelle di Cgil e Fiom. Insomma, i fuochi d’artificio di Marchionne non hanno impressionato gli attori che sperava.

IL PROGETTO AMBIZIOSO DELL’AD -  Sergio Marchionne alza il tiro sull’ormai mitologico e mai raggiunto obiettivo di produzione di Fiat e Chrysler portandolo da 6 a 7,5 milioni di auto vendute a livello globale nel 2018, contro i 4,4 prodotti nel 2013 e il target di 4,5 per il 2014, a sua volta nettamente ridotto rispetto agli originari 5,9 milioni.
Marchionne promette 55 miliardi di investimenti entro il 2018 con una media annua di 9,5 miliardi e un picco di 11 miliardi nel 2016. Una decina dei quali, secondo i sindacati, sono in arrivo solo in Italia – i cui impianti di Alfa e Maserati diventeranno degli “hub per l’export” come ha sintetizzato Marchionne che si impegna a non licenziare nessuno nella Penisola – e 5 per il rilancio dell’Alfa Romeo. Il tutto senza passare per alcun aumento di capitale o per la vendita di asset o marchi come la Ferrari (“Chi pensa che la venderemo si metta il cuore in pace”), ma anche senza distribuire alcun dividendo ai soci. Anche perché il gruppo a fine quinquennio dovrà realizzare 5 miliardi di utili  su 132 miliardi di ricavi con un debito industriale a 0,5-1 miliardi dopo il picco di 11 miliardi del 2015. Tanto più che secondo il direttore finanziario Richard Palmer nell’arco del piano sarà possibile ripagare i bond di Chrysler e ridurre di conseguenza il debito lordo.
Un mondo, quello che sogna Marchionne, dove 3,1 milioni di auto della sua casa saranno vendute in Nord America, 1,5 milioni nell’area Emea (Europa, Medio Oriente e Africa), 1,8 milioni in America Latina e 1,1 milioni in Asia Pacifico.  Quanto all’Italia le stime sulle vendite sono attese in aumento di 100mila pezzi per passare dalle 400.000 del 2013 alle 500.000 nel 2018. E la capacità di utilizzazione degli impianti, è la nuova promessa, salirà al 100% in Italia e a livello Emea (contro l’attuale 53 e 66%) dove si prevede una riduzione del 15% dei concessionari Fiat e Alfa entro il 2018, mentre quelli di Jeep aumenteranno del 25 per cento.
In particolare Pomigliano, ha assicurato l’ad, sarà completamente utilizzato e nello stabilimento di Melfi è prevista la produzione di duecentomila Jeep, marchio dal quale sono attese vendite per 1,9 milioni di pezzi entro il 2018, che significa una crescita del 160% rispetto alle 732mila del 2013. E intanto Fiat stima che dalle sinergie di acquisti e engineering dalla collaborazione fra i marchi del gruppo arriveranno 1,5 miliardi di euro di risparmi al 2018. Entro quell’anno il 95% dei volumi totali deriverà da 9 diverse famiglie di piattaforme contro le 12 del 2013. 
E così i ricavi nell’area Nafta (Stati Uniti, Canada e Messico), sempre secondo le attese dei vertici Fiat-Chrysler, saliranno da 46 a 67 miliardi di euro (da 46 miliardi di euro); in America latina da 10 a 15 miliardi; in Asia Pacifico da 5 a 11 miliardi di euro e in Emea da 17 a 26 miliardi. Il gruppo prevede di completare la quotazione a Wall Street entro la fine del 2014, dopo la quale sarà lanciato il primo Yankee bond (un’emissione in dollari di una società straniera destinata al mercato americano).

I NUMERI NEGATIVI DEL GRUPPO - Ma intanto il gruppo italo americano archivia il trimestre con un rosso di 319 milioni di euro contro l’utile di 31 milioni dell’anno prima, complice l’accordo con il sindacato americano Uaw siglato da Chrysler il 21 gennaio (315 milioni di euro al netto dell’impatto fiscale) e la svalutazione del Bolivar Venezuelano. E intanto l’indebitamento netto è salito a 13,24 miliardi di euro dai 10,158 di fine 2013, mentre la liquidità disponibile è scesa da 22,74 a 20,78 miliardi inclusi 3 miliardi di linee di credito non utilizzate.

LA REAZIONE DEI SINDACATI - Applausi, intanto dai  sindacati che hanno firmato il contratto Fiat, rappresentati ad Auburn Hills. “Il piano è positivo”, ha detto Ferdinando Uliano della Fim Cisl, sottolineando che con gli investimenti annunciati dal 2013 al 2018 il gruppo “investirà nel nostro Paese 10 miliardi, quando il governo non riesce neanche a trovare 400 milioni per salvare Alitalia”. La Jeep a Melfi, inoltre, porterà lo stabilimento – aggiunge Uliano – verso la piena occupazione, calcolando che una cifra analoga di 500X saranno prodotte nell’impianto. Soddisfatto anche di Roberto di Maulo della Fimsic: “E’ in linea con le migliore attese, non c’è nessun abbandono dell’Italia”. Da Torino però le tute blu della Cgil non sono d’accordo e chiedono “un confronto specifico che riguardi gli stabilimenti italiani. Il primo che dovrebbe pretenderlo è il governo“, ha detto Federico Bellono, segretario generale della Fiom torinese. “Gli annunci non sono negativi, presuppongono investimenti importanti. Non si tratta di dividersi tra chi si fida e chi no, ma gli impegni devono diventare stringenti ed esigibili per evitare che si ripeta quanto accaduto con piano Fabbrica Italia. Molti degli impegni annunciati si riferiscono al 2018, quattro anni sono tanti”.
Il Landini-pensiero è al contrario che quello annunciato da Marchionne è un “nuovo piano la cui credibilità va confermata e verificata visto che molte volte i piani annunciati da Fiat sono stati modificati e trasformati”. Ma è ora che “il governo cambi passo, abbandoni una situazione di subalternità e non sia spettatore. Convochi l’azienda per esigere certezza dell’impegno“, ha detto il leader Fiom. ”Marchionne dice che vuole scrivere un nuovo libro: bene, ma in questo libro si deve cambiare modello di relazioni industriali dove nessuno sia escluso e in cui il governo faccia la propria parte come l’hanno fatto Obama, Merkel e Hollande”, ha aggiunto. Ma “il governo deve fare il governo: la politica industriale deve svolgere un ruolo nella quale si deve chiedere conto degli annunci. Ma questo se davvero il governo è interessato a cambiare il proprio ruolo subalterno”, ha aggiunto. Con il piano comunque, per la Fiom si renderebbe necessario “un utilizzo più esteso dei contratti di solidarietà, facendo una riflessione stabilimento per stabilimento”, ha concluso ricordando come già ora, per quanto riguarda la produzione auto, il 60% dei lavoratori tra tutti gli stabilimenti Fiat siano in cassa integrazione. Quanto alla Lancia, di fatto, ha argomentato Landini,”scompare”, perché non c’è alcuna riflessione in merito. Inoltre, si chiede ancora il segretario Fiom, “dove vengono reperite le risorse per finanziare” il piano industriale visto che “c’è un indebitamento molto alto e la liquidità interna, in passato, è stata utilizzata per pagare gli interessi sui debiti?”

LA SONORA BOCCIATURA DELLA BORSA - La Borsa boccia sonoramente il piano industriale della Fiat presentato nella notte da Sergio Marchionne a Detroit. Fin dall’apertura di Piazza Affari il titolo non è riuscito a fare prezzo, per poi entrare agli scambi in perdita del 6% a 7,9 euro e a metà seduta ha ampliato le perdite per chiudere con un crollo complessivo dell’11,69 per cento. Sull’ottovolante la controllante Exor che ha oscillato per tutto il giorno e ha chiuso in calo dell’1,96 per cento. Molto sostenuti gli scambi: in poche ore sono passate di mano oltre 43 milioni di azioni Fiat (il 3,4% del capitale), contro una media quotidiana dell’ultimo mese di Borsa di 16 milioni di pezzi. Al di là del piano industriale al 2018 e della conferma di Marchionne fino a quella data, pesano i dati del primo trimestre inferiori alle stime degli analisti. Sul titolo hanno pesato vari fattori. Innanzitutto il fatto che agli obiettivi ambiziosi del piano non fa da contraltare alcuna opzione che lasci margine alla speculazione come poteva essere la vendita di Ferrari, né sorprese positive su indicatori come la generazione di cassa (nulla fino al 2016 a causa degli investimenti previsti, 55 miliardi quelli cumulati al 2018). Senza contare l’assenza di dividendi per tutto il quinquennio. Poi c’è la trimestrale in rosso per la spesa non ricorrente dell’acquisto della quota di Chrysler a gennaio dal sindacato Uaw. E così nel breve periodo la previsione, pressoché unanime, delle case di investimento, è di prese di profitto dopo la recente corsa del titolo e in attesa di vedere se gli obiettivi, a partire da quelli di quest’anno, saranno centrati. Tra i delusi del piano, spicca Mediobanca che ha abbassato la sua valutazione sul Lingotto a neutral dal precedente outperform (che significa comprare moderatamente). 


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