Imprenditori, manager
e soprattutto amministratori e politici locali di primo piano. Tutti affannati
ad avere una propria fetta nella costruzione dell’opera che dovrebbe salvare la
città lagunare dall’acqua alta
Com’è triste Venezia, cantava Charles Aznavour. Anch’essa
oggetto del solito malaffare politico-imprenditoriale italiano, che ha messo le
proprie fauci sulla realizzazione di un’importante infrastruttura che dovrebbe
salvare la città lagunare dall’innalzamento delle acque: il Mose. Opera
criticata dagli ambientalisti e peraltro pure in ritardo. Uno sviluppo
clamoroso dell'inchiesta sugli appalti per il Mose ha sconvolto infatti ieri
mattina Venezia: il sindaco Giorgio Orsoni, eletto con il centrosinistra, è
stato arrestato (ai domiciliari), in carcere è finito l'assessore regionale
alle Infrastrutture, Renato Chisso, di Forza Italia, e la procura veneziana ha
chiesto un provvedimento di custodia cautelare anche per Giancarlo Galan, ex
presidente della Regione Veneto e attuale deputato di Forza Italia. L'inchiesta
è quella della Procura di Venezia che a febbraio aveva portato all'arresto di
Giorgio Baita, ex amministratore delegato della Mantovani, una delle imprese
impegnate nei lavori per la costruzione delle barriere che dovranno proteggere
Venezia da alte maree ed allagamenti. Le accuse per gli indagati variano dai
reati contabili e fiscali alla corruzione, dalla concussione al finanziamento
illecito.